giovedì, dicembre 03, 2009

Moon

Il fabbisogno energetico terrestre è ai massimi livelli, il mondo si interroga su come poter fornire energia a una popolazione ormai cresciuta a dismisura.
La soluzione sembra arrivare dal nostro satellite, quella Luna che ha ispirato poeti, artisti e scienziati. Un luogo di solitudine a “pochi” passi dalla terra, ricco di Helium 3, un gas che potrebbe da solo risolvere gran parte delle problematiche legate al consumo di energia, il pianeta a noi più vicino sembrerebbe davvero rappresentare l'ultima speranza.
La Lunar, società incaricata di occuparsi dell'estrazione e dell'invio della materia prima sul nostro pianeta, garantisce il servizio grazie al lavoro automatizzato di una grossa stazione spaziale gestita dall'unica persona che rappresenta l'interaforza lavoro e dall'intelligenza artificiale che sopperisce agli incarichi inibiti all'uomo.
Il film racconta la strana storia di Sam Bell (Sam Rockwell), unico abitante della base estrattiva in procinto di terminare il suo ciclo triennale di lavoro nello spazio.
Mancano soltanto due settimane e Sam finalmente potrà riabbracciare sua Moglie Tess e la sua bambina Eve.
In questo clima di tranquilla solitudine, il nostro protagonista riesce a comunicare con la famiglia soltanto tramite messaggi in differita ai quali non può dare una risposta e la sua unica compagnia è il robot Gerty, nella versione originale doppiato da un eccellente Kevin Spacey.
A pochi giorni dal suo rientro, Sam, durante il solito giro di perlustrazione all'esterno della base, è vittima di un incidente che cambierà per sempre il suo modo di percepire la realtà.
Pochi attimi e il risveglio sul letto dell'infermeria lo trasporteranno nel suo viaggio verso inquietanti risvolti.

Sam non è solo.

"Senza dubbio il mio scopo era realizzare un film di sci-fi per gli appassionati del genere, tra cui io mi inserisco, ed è un peccato che registi come Ridley Scott o Douglas Trumbull non realizzino più film di questo tipo"
E' appassionato l'appello del regista, quasi una dichiarazione d'amore per un genere che lui adora e che affronta nella sua opera proprio come farebbe uno spettatore appassionato.
"Prendere qua e là spunti dai classici, e reinventarli senza snaturare la loro essenza, allocando la fantascienza all'interno di un concetto di umanità. Un uomo in un luogo alieno mostra tutta la sua forza, o fragilità" . Ed è questo che la pellicola esprime, la personalità umana in stretta correlazione con la fine dell'esistenza in un luogo avulso dal normale concetto di esistenza e di vita vissuta.
Un film di fantascienza elegantemente incastonato in un contesto asettico e solitario del tutto simile a quello di classici come Alien o 2001: Odissea nello spazio.
Il confronto tra due personalità nate dalla stessa forma di vita. Uno specchio che non è realmente tale ma che riflette una parte di noi uguale e diversa al tempo stesso.

A rafforzare la bontà del lavoro del figlio di David Bowie arriva la stupenda interpretazione di Sam Rockwell che ancora una volta da vita a a una coppia di personaggi dal carattere completamente diverso, una doppia interpretazione emotivamente coinvolgente che non mancherà di sottolineare egregiamente il concetto di dualismo espresso dal film stesso attraverso la fine della solitudine e la consapevolezza della fine.
Moon è sicuramente la rivelazione cinematografica di questa fine 2009, una pellicola che fortunatamente Sony ha comprato e distribuito nel mondo. Perchè se è vero che il Sundace festival lo aveva acclamato ed esaltato è altrettanto vero che molte opere viste nella rassegna ideata da Redford difficilmente riescono a uscire dal territorio americano.
Quindi questo Natale, tra licantropi e vampiri, cine panettoni e classici rivisitati, fatevi un bel regalo e correte nelle sale a vedere una delle più eleganti e raffinate narrazioni fantascientifiche degli ultimi anni.

mercoledì, novembre 25, 2009

Senza Amore

“Quando per la prima volta ho ascoltato la storia di Luigi sono letteralmente rimasto senza parole. La mia visione materna era ed è tutta un’altra.”
Renato Giordano


Senza parole, dobbiamo ammettere, ci siamo rimasti anche noi. Ma andiamo con ordine.
La pellicola scritta e diretta dallo stesso Giordano, che trova finalmente una produzione dopo tre anni dalla sua gestazione, racconta la storia di Luigi, ragazzino figlio di una Napoli disagiata e di una società che sembra non accorgersi del suo essere cosi giovane.
Luigi vive tranquillamente la sua esistenza, a quella età in realtà non ci vuole molto per essere sereni. A sconvolgere il suo animo e la sua personalità arriva un vigile urbano (Francesco De Vito), che con premura sospetta, si occupa della sicurezza nella scuola frequentata dal protagonista.
A peggiorare la situazione c'è paradossalmente sua madre (Lidia Vitale) che non fa nulla per difenderlo dalle avance del pedofilo in divisa e anzi, ne approfitta per racimolare qualche soldo indispensabile a mantenere una famiglia con un padre in prigione e una bocca da sfamare.
Il ragazzo cresce identificandosi negli eventi che hanno caratterizzato la sua infanzia. Adolescente riesce a fuggire da questa situazione anche grazie a parenti e amici. Sopratutto una, Laura (Eleonora Neri) la sua in segnante di danza, grande passione del piccolo Luigi, che decide di portarlo con se a Roma nonostante lo scetticismo del suo fidanzato (Luca Pizzurro).
Nella capitale Luigi cresce con la convinzione, maturata negli anni, che per ottenere qualcosa basta concedersi a chi ha voglia di offrire per avere.
In questo suo percorso di strana perdizione Luigi (Marco Cacciapuoti), ormai maggiorenne, conosce Giacomo (Renato Giordano) una sorta di amico e mentore che lo mette in guardia sui pericoli e sulle illusioni del suo vivere da squattrinato e inconsapevole gigolò.

In questa fase il regista passa da una analisi piuttosto banale e poco concreta della pedofilia a quella altrettanto imbarazzante dell'omosessualità. Tematiche che contraddistinguono la pellicola dalla quale ne escono lette e studiate in modo superficiale e quantomeno personale. Non concedendo quasi mai nulla allo spettatore, il film subisce una serie di scelte legate per lo più alle convinzioni del regista piuttosto che a quelle che potrebbero nascere da attente riflessioni sulla crescita non facile di un ragazzo nato sessualmente in maniera decisamente anomala.
Si potrebbe parlare di onestà intellettuale da parte dell'autore ma ci sembra invece che il tutto nasca da un pensiero quasi assolutistico di quest'ultimo su tematiche che meriterebbero davvero un altro tipo di approccio.
Lo spettatore probabilmente non si annoierà, incuriosito magari dalla storia del giovane napoletano, purtroppo però la pellicola arranca e non riesce mai a decollare. Ad aiutare questo strano e lento andamento si aggiungono scelte stilistiche che davvero non ci sono piaciute, come quella bonariamente perbenista di evitare le scene di sesso, staccando improvvisamente su panoramiche di varie vedute accompagnate da una altrettanto discutibile scelta sonora.
Come non ci è piaciuta, purtroppo, la recitazione, a tratti quasi ridicola e poco credibile. Giudizio dal quale però ci sentiamo di non includere la bravissima Lidia Vitale e il credibile Francesco De Vito.

Un film che cerca una collocazione in un panorama sicuramente acerbo, almeno contenutisticamente, come quello italiano quando si tratta di parlare di certe tematiche.
Il film di Giordano sceglie per fortuna di scindere i due argomenti, da una parte la pedofilia come cancro della società e dall'altra l'omosessualità vista in questo caso come semplice stato di fatto e naturale evoluzione positiva dell'idea di famiglia. Ci rendiamo conto che oggi nel nostro paese non si parli molto di pedofilia e omosessualità. Non se ne parla sopratutto con una certa libertà e forse non con la dovuta crudezza che a volte serve per definire e sottolineare certe situazioni.
Il nostro cinema lo fa velatamente, magari anche bene, con storie però fin troppo fassbinderiane, quelle del desiderio nascosto e bloccato, quelle dell'amore mai realmente esternato. I grandi invece come Bertolucci, Amelio e Tornatore non lo affrontano mai in maniera diretta, riconosciamo quindi a Giordano il coraggio di aver voluto fortemente girare una storia tristemente vera.
Ma forse il modo non ci è sembrato all'altezza dell'importanza del messaggio del film.

martedì, novembre 17, 2009

New Moon

Il triangolo no, non l'avevo considerato. Lui chi è, come mai l'hai portato con te...

Attesissimo dai milioni di fan in tutto il mondo, arriva in pompa magna il secondo capitolo della saga scritta da Stephenie Meyer che dopo Harry Potter rappresenta il più grande successo letterario e commerciale degli ultimi dieci anni.
Il primo film uscito un anno fa rappresentava una sorta di cavallo di troia cinematografico. Il basso budget e un cast ridotto al minimo indispensabile ne facevano una lussuosa testa di ponte per capire che impatto potesse avere la trasformazione dell'idea della scrittrice americana in un paio d'ore di pellicola girata.
Il risultato era ovviamente scontato. Ottenuto con il minimo sforzo un risultato che ha dell'incredibile, ecco arrivare per la nuova produzione, tanti denari in più, ottimi innesti nel cast e un regista che si era già occupato di narrare storie dal tratto fantasy.
Chris Weitz è un ottimo mestierante, sa scrivere e dirigere con una certa maestria anche se con New Moon sembra sentire il peso di una responsabilità indotta dal fardello di un aspettativa altissima. Non osa, non gira nulla che sorprenda lo spettatore, rimane ancorato ai rigidi canoni dettato dalla professione e si accontenta di fare il suo comunque valido compitino per casa.
Eppure la Meyer, in questo secondo libro, di carne al fuoco ne aveva messa davvero molta. Quello che invece ci ritroviamo in sala è un film forse pensato veramente troppo per i “Twilighters” che tra un velato omaggio a Romeo e Giulietta, un centinaio di “I love You” e una buona dose di anabolizzanti, riesce ad appagare la sete delle milioni di fan di Patterson (il bel vampiro) e Lautner (l'amico del cuore di Bella nonché affascinante licantropo) ma lascia con l'amaro in bocca a chi, pur avendo amato il libro, forse chiedeva qualcosa di più.

Un amore struggente, di quelli che ti creano un enorme vuoto dentro se sai che sono destinati a finire. Edward decide che non può rimanere accanto a Bella(la bellissima e sopratutto bravissima Kristen Stewart), prende cosi la decisione di allontanarsi e vivere la sua immortale e disperata vita da vampiro in piena solitudine.
Lei è colpita nel profondo, la sua anima che lei vorrebbe donare all'eterna dannazione rimane lesa da questo abbandono. Difficile trovare una via d'uscita.
A questo punto l'unico modo di riuscire a percepire la presenza del suo amato è quella di non mantenere la promessa fatta davanti all'addio. Quella di evitare di fare cose insensate prive di ogni prudenza.
A salvarla da questo atteggiamento autolesivo ci pensa il terzo incomodo, il bel lupacchiotto Jacob, che cresciuto a steroidi e muffin si fa sotto innamorandosi perdutamente della graziosa protagonista.
Quando Edward arriverà a credere che Bella sia morta per un gesto estremo e definitivo, decide di porre fine alla sua esistenza in maniera drammatica e decisamente pericolosa.
Ma diversamente dal dramma “Sheaksperiano” l'epilogo sarà completamente diverso.
Sarà la stessa Bella a salvare la vita al tenebroso vampiro dando però inizio a quello che rappresenterà il prologo per il terzo episodio, già in lavorazione e pronto a proseguire questa struggente storia d'amore.

La pellicola regge in confronto con il libro e sa narrare in grandi linee quello che la Meyer ha voluto raccontare in New Moon. Il problema di questo film risiede nella qualità cinematografica che in questo caso è di puro contorno. L'importante non è soddisfare il pubblico ma compiacere i fan del libro.
Troppe smielate e insulse le scene d'amore che fungono da contorno ad alto tasso glicemico per un film che avrebbe potuto regalare più scene d'azione e fregiarsi di un carattere più votato al thriller horror senza propinarci veri e propri momenti da commedia adolescenziale.
Non è un caso che la parte più riuscita è quella, purtroppo sfruttata davvero poco, girata in Italia, dove facciamo conoscenza con i Volturi, ancestrale confraternita di vampiri che regola le leggi del loro mondo, caratterizzati dalle sontuose interpretazioni di Michael Sheen e Dakota Fanning, che con poche ma bellissime pose arricchiscono un film altrimenti fatto di sospirati e affranti messaggi d'amore.
Il paradosso è proprio questo, in un mercato del cinema dove troppo spesso ci si lamenta di gratuite scene d'azione e di poco spessore, questa volta ci troviamo difronte a un qualcosa che dimentica che davanti all'eterna lotta tra vampiri e licantropi, dove gotico e violenza vanno a braccetto, forse qualche brivido in più poteva e doveva esserci.
L'obbiettivo è comunque raggiunto, il film sbancherà i botteghini, milioni di ragazzine sogneranno i fisici scolpiti dei protagonisti e i fan del libro tutto sommato potranno accontentarsi. Il rammarico rimane per tutti gli altri che vedranno New Moon come il solito calderone di buoni sentimenti, immagini patinate e poca qualità per questo triangolo amoroso e fantasioso che poteva finalmente sdoganare, visto quanto si era letto nel libro, un certo tipo di film.

martedì, novembre 10, 2009

Gli Abbracci Spezzati

Una persona vive quattordici anni della sua vita nella più completa oscurità. Ultimo lascito di un grave incidente durante il quale la luce si spense non solo nei suoi occhi, ma anche nel cuore.
Quella terribile sera, Lena, la sua donna, la sua musa perse la vita, lasciandolo nel buio della sua anima e della sua esistenza.
Il protagonista del nuovo film di Pedro Almodovar è un essere sofferente, combattuto, ma che nonostante tutto riesce a chiudere la sua esistenza nel robusto scudo del suo alter ego, con il nome del quale firma le sue sceneggiature. Già perché la sua precedente professione, quella del regista, fatta di immagini, colori e situazioni è morta con il suo vero nome, quel Mateo Blanco che sapeva amare, donarsi alla vita e all'amore.
Il neonato Harry Caine che scrive testi per il cinema e per la tv decide di tornare a vivere, cambiando la sua esistenza e lasciando morire il suo "io" precedente.
Un cieco, vivo, passionale ma al contempo distaccato, a tratti cinico ma tremendamente legato ai ricordi che nonostante il suo cambio di rotta lo rendono comunque sensibile come pochi altri.
Vicino a Mateo\Harry vivono la sua collega e il figlio di lei, che lo aiuta nella stesura dei testi. Due personaggi legati in maniera particolare che rendono la sua vita meno monotona e che cercano di tenerlo legato al presente, pur avendo anche loro una grande importanza nel suo passato.
La pellicola narra la nascita della storia d'amore del protagonista con delicata e al tempo stesso irriverente eleganza. Il maestro spagnolo intreccia volti e situazioni montando il film drammatizzandone il suo carattere attraverso l'altalenarsi del presente e del passato dei protagonisti.
Un continuo scambio di situazioni scandisce il tempo di una qualcosa di ritmato e seducente che Almodovar dirige con grande maestria.
E' un film dove l'immagine più significativa è quella intensa e bellissima di una fotografia fatta a pezzetti e ricostruita che vede i due amanti posare davanti alla macchina fotografica dopo un sussulto emotivo causato da una intensa scena del film Viaggio in Italia di Rossellini appena vista in tv .

Lena e Mateo dopo aver concluso le riprese della loro pellicola scappano dalla loro realtà fatta di adulterio e arte abbandonata alle conseguenze del tradimento. Si ritroveranno da soli, lontani dal mondo ma costretti loro malgrado ad affrontare le conseguenze delle loro scelte e della loro passione.
Il concetto di dualità, di ambigua ripetizione è l'asse portante di un film che viaggia su due binari paralleli e che, solo alla fine, troveranno il loro punto di incontro in un epilogo che è il chiudere un cerchio di legami umani e di vita che finalmente troveranno la giusta collocazione.
Il "doppio" come estensione dei personaggi. Mateo diventa Harry. Il figlio del primo amante di Lena si comporterà come il padre e inizierà nel suo ambiguo procedere tra vendetta personale e isolamento. Persino in alcune scene questo leit-motiv continua a segnare visivamente la pellicola. In un momento di tenerezza Magdalena abbraccia Mateo da dietro mentre lui scatta una foto, a loro insaputa, nella spiaggia sottostante una coppia abbracciata li riflette. Se ne accorgeranno soltanto dopo aver sviluppato l'istantanea. Un riflesso di vita vissuta inconsapevole e innocente nella romantica e solitaria cornice di Playa Del Golfo.
Un film nel film quello del regista spagnolo, un "making of" del capolavoro di Mateo raccontato, intrecciandone gli eventi con la vita di Harry, necessario a completare la storia principale. Impossibile non cogliere le macroscopiche somiglianze tra il film nel film (Ragazze e Valige) e uno dei tanti successi di Almodovar come Donne sull'orlo di una crisi di nervi.
Splendida Penelope Cruz nel ruolo di Magdalena, musa e amante di Mateo (il bravissimo Lluìs Homar), una donna che cede alle lusinghe del suo capo che l'aiuta con il padre malato e nelle sue velleità di aspirante attrice. Non da meno l'intensa interpretazione di Blanca Portillo che da vita alla premurosa socia di Mateo/Harry.
Poco più di due ore per un atipico noir, struggente e intenso che non mancherà di appassionare anche il pubblico meno avvezzo ai complessi intrecci del regista spagnolo. Romantico e duro al tempo stesso Gli Abbracci Spezzati rappresenta forse la più grande dichiarazione di amore di Almodovar per il cinema. Entità sempre omaggiata dall'artista spagnolo nei suoi lavori. Stavolta però il pensiero e diretto, forte e delicato al tempo stesso.
Una storia di "amour fou" contraddistinta dalla passione, dal potere, dall'arroganza e dal senso di colpa. Intensa e perduta come una fotografia ridotta in mille pezzi dalla rabbia e ricostruita dal dolore del rammarico.

mercoledì, ottobre 07, 2009

Fame - Saranno famosi

Kevin Tancharoen riesce a rovinare il ricordo di un mito in soli 108 minuti. Un record!

La sala era piuttosto gremita per questa premiere romana di Fame – Saranno Famosi, segno che il film del 1980 di Alan Parker a 29 anni di distanza trova saldamente un posto nel cuore di molti appassionati di cinema. Un film quello di Parker che senza se e senza ma aveva di fatto cambiato per sempre il volto del musical, collezionando ben sei candidature all'Oscar e affascinando milioni di spettatori.
La serie televisiva edita qualche anno dopo aveva contribuito, seppur mantenendo una certa distanza dall'eccellenza cinematografica del film, a rafforzare la notorietà delle vicende vissute dagli studenti della High School of Performing Arts di New York.
Quasi tre decadi dopo qualcuno ha ben pensato di tirare fuori dal cilindro un remake di un qualcosa che probabilmente era meglio non scomodare.
La pellicola prodotta in pompa magna da Metro Goldwin Mayer, Lakeshore Entertainment e United Artist vede al timone uno sconosciutissimo ex coreografo che per volere di qualcuno ha deciso di offrire la sua arte al cinema, quindi dopo le coreografie di un tour di Britney Spears e la regia di un famoso reality sulla danza per la TV americana eccolo sbarcare, con non poche ambizioni, sul grande schermo.
Il giovane si impegna, si arrampica su specchi fatti di luoghi comuni e stereotipi di rarà banalità, cerca un appiglio, ma riesce soltanto a scivolare verso il baratro di un film che sembra uscito da un montaggio di vecchie gag della Premiata Ditta o del mitico trio Solenghi Marchesini e Lopez.
La proiezione inizia con la pellicola bruciata dai macchinari con buona pace del proiezionista che in men che non si dica, purtroppo, riesce a sistemare le cose, un segno del destino, un accadimento che doveva farci riflettere. Neppure il fato voleva farci assistere a tale scempio.
Alternando discreti momenti di canto e ballo, del resto il tizio almeno il coreografo pare saperlo fare, il film è un altalenante nenia tre stralci vita vissuta e performance di evasione dal pseudo stress quotidiano.
E' dura cercare qualcosa di positivo in un prodotto che mescola abilmente quanto di più brutto si possa tirare fuori da una guazzabuglio emotivo come un qualsiasi talent show e le finte esperienze di vita degne del più grottesco e colorato degli High School Musical.

martedì, ottobre 06, 2009

Player One

Il tardo pomeriggio romano riesce ad essere mite e piacevole anche in autunno. Quando la luce si colora delle rosee sfumature del tramonto e migliaia di romani cominciano la loro fuga dai posti di lavoro cercando, come tante formiche, di rientrare nelle loro tane, io inevitabilmente mi ritrovo li nel mezzo.
Il mio scooter ormai conosce la strada a memoria, potrebbe portarmi a casa da solo se solo riuscissi a capire come dirglielo. Il problema è che so già che mi risponderebbe. Mi chiederebbe se realmente io abbia intenzione di tornare a casa. Già, il fatto è che uscito dalle quattro mura lavorative, solitamente, se le mie chiappe poggiano sulla confortevole seduta del mio Honda, non è sempre casa la mia prima destinazione.Esiste un posto dove entrando dimentico le fatiche degli allenamenti, le rotture lavorative e i piccoli problemi di ogni giorno.
Esiste un piacevole ritrovo dove quando entri il saluto non è quello di cortesia di un negoziante qualsiasi, ma quello di un amico.
C'è un posto dove mi piace ritrovarmi anche solo per una mezzora, dove gettarsi alle spalle ipocrisie e fastidi di una giornata passata in un posto che trova la sua unica logica di esistere nel fatto che serve a sopravvivere.
Insomma, girato l'angolo di viale Libia con via Lago Tana, ho la sensazione di approdare su un lido di tranquillità e sorpresa. Non saprai mai chi ti potrà capitare di incontrare in questa colorata scatola di cioccolatini.
Si scambia qualche chiacchiera e si parla anche un pochino del mio hobby preferito. Eh...il mio hobby, in realtà questo posto spaccia la mia passione come Willy Wonka spacciava cioccolato di generazione in generazione. Player One è uno degli ultimi negozi indipendenti di videogiochi a Roma.
Uno di quelli nati anche dalla passione, dove tempo fa, quando le logiche di mercato non erano cosi legate al triste destino della globalizzazione, ci potevi trovare folkloristiche scatole con ideogrammi giapponesi, robe che nessuno altro aveva, un piccolo eden per noi giocatori di altri tempi.
Oggi le cose sono cambiate, oggi è tutto uguale tutto cosi standardizzato, ma la differenza è ciò che realmente nasconde il negozietto. Quell'intimo ritrovo di sincerità e simpatia. Dove basta varcare la soglia per ricevere un sorriso.Come diceva la sigla di una delle più carine sit-com americane degli anni ottanta, un posto dove tutti conoscono il tuo nome.

venerdì, ottobre 02, 2009

Whiteout - Incubo Bianco

Il Whiteout è un fenomeno tipico delle zone polari e consiste in quel immenso biancore che rende impossibile visualizzare la linea dell’orizzonte. Il claustrofobico action thriller diretto da Dominic Senna non stupisce ma al tempo stesso non delude completamente le aspettative di uno spettatore che non deve pretendere chissà quale exploit cinematografico da questo “freddo” giallo tra i ghiacci.

Kate Beckinsale interpreta Carrie Stetko un agente federale che da due anni vive nella base americana Amudsen Scott in Antartide come responsabile della sicurezza interna. A pochi giorni dalla sua partenza e dal conseguente ritorno alla vita di tutti i giorni accade qualcosa che poggia le sue radici alla fine degli anni 50. Il ritrovamento di un cadavere, legato in qualche modo a un misterioso incidente aereo accorso poco più di trenta anni prima, fa si che Carrie e pochi altri sfortunati decidano di rimanere altri sei mesi (il tempo che occorre per passare l’inverno polare) ed indagare sull’accaduto.
Il regista già all’opera con Fuori in 60 secondi e Codice Swordfish dimostra di saper stare dietro la macchina da presa quando si tratta di azione a tutto campo e adrenalina a go-go, qui lo ritroviamo in una pellicola più “intima”con pochi personaggi, ambienti limitati e tanta suspense.Le meravigliose vedute dell’Antartide si alternano a momenti di estrema “chiusura” all’interno della base scientifica. Il regista dichiara molto semplicemente : “Non ho scelto un approccio stilizzato, ma realistico. L’Antartide è un luogo spietato ed il bianco assoluto un fenomeno formidabile; quando avviene non riesci a vedere a un metro di distanza e la tua aspettativa di vita è di pochi minuti. L’idea era di trasportare il pubblico in Antartide. Volevamo che sentisse il freddo, la paura, il desiderio di sopravvivere in un ambiente ostile”.
In parte , bisogna ammettere, che l’operazione risulta abbastanza riuscita. L’agente Stetko prima da sola e poi aiutata dall’investigatore Pryce (Gabriel Macht) appaiono piuttosto credibili tanto quanto l’austero panorama che li circonda sia dentro che fuori la base. A tratti il film ricorda vagamente La Cosa di Carpenter, somiglianza che si limita comunque al solo comparto scenografico, rimanendo assolutamente al di sotto di certi standard di tensione narrativa propri del capolavoro del regista statunitense.

Un action-thriller che non si risparmia, che non lascia nulla di intentato ma che alla fine risulta essere piuttosto lineare e scontato nonostante le quasi due ore di film siano permeate di una certa suspense. Risultato inevitabile visti i pochi comprimari che in scena affiancano la sempre bellissima attrice inglese che, ancora una volta, dimostra che azione e sensualità possono andare decisamente d’accordo.Un film che si lascia guardare e apprezzare senza però sorprendere e che nonostante tutto intrattiene senza grosse pretese. Senna sicuramente se la cava molto meglio tra esplosioni, testa coda e belle donne, ma tra i ghiacci del Canada, location scelta per il film, riesce a confezionare qualcosa di sufficientemente godibile. Nel cast ritroviamo il sempre impeccabile Tom Skerritt indimenticabile protagonista di pellicole del calibro di Alien, Top Gun e Contact.